99percento
E io che ancora non ci riesco
Al liceo avevo un amico che chiamavamo 99percento. Qualsiasi cosa gli chiedessi, rispondeva allo stesso modo: «Al novantanove per cento, sì.»
«Ci sei per la partita domani?» Ci pensava un attimo, lo sguardo perso, i denti più splendenti del mondo. «Sì, dai. Al novantanove per cento ci sono.»
«Ci sei più tardi per un giro?» «Al novantanove, sì.»
Poi, puntualmente, qualche ora prima del calcio d’inizio arrivava il verdetto. No, non poteva.
Per un po’ ho combattuto contro questo suo atteggiamento del cazzo. Gli spiegavo: hai già deciso, dillo subito. Lui annuiva. Poi faceva lo stesso.
Poi ho smesso. Ho iniziato a riderci sopra. Abbiamo iniziato a scherzarci entrambi. E alla fine ho iniziato a fare esattamente come lui con la differenza che io, più spesso, la parola la mantenevo.
Che detta così sembra una virtù. Sembra.
L’un percento
Una delle poche eccezioni che mi salta in mente mi riporta a una sera di una decina di anni fa: una rimpatriata.
Gente che ricordavi in un modo e ti ritrovi davanti completamente diversa. Amici con cui sei cresciuto diventati estranei. Gente che aveva litigato a morte, poi fatto pace, “è acqua passata” — e invece a nessuno dei due era andata giù per niente.
Ma sì dai, al 99% ci sto. Però a casa mia. Almeno niente sbatti per uscire, trovare parcheggio, dover dire “che bella casa…” Vabbè.
Disastro prevedibile. Chiacchiere di plastica, il rumore delle forchette come unico ritmo in una stanza piena di gente che non ha nulla da dirsi. Sentirsi un estraneo a casa propria. Sentirsi estranei.
La tipa che ai tempi era la persona più imprevedibile che conoscessi, ora di una noia mortale. Quei due che si erano mandati a fanculo in modo definitivo, avevano fatto pace, “è acqua passata” — e invece per tutta la sera si lanciavano occhiate mortali. Quello che rideva a tutto, in modo plateale, per mostrare che si stava divertendo.
L’amico di mille bevute insieme, dodici risse, una notte fermi in autostrada, le vacanze più folli del mondo, adesso stava seduto con una forchetta in una mano e nell’altra la mano della sua ragazza. Gli parlavi, ti guardava. Ma per trenta secondi al massimo. Poi sentiva il bisogno di girarsi, e accarezzarla.
«Vieni in terrazza?» mi dice Andrea a un certo punto, più insofferente di me.
«Ma sì.»
Inizio a rollare una sigaretta. Da anni ormai fumavo tabacco.
«Ma no, che fai? Tieni.»
Mi passa una canna. La fumo come la sigaretta di sempre. Lui non dice niente. Ride.
«Che c’è?»
«Menomale che avevi detto no…»
«Oh cazzo. È finita. Scusa.»
«Ahhh.»
Ridiamo. Stiamo lì in silenzio per una decina di minuti.
«Tutto bene?»
«Sì dai. Ma ora sono stanco. Vado a letto.»
«Ma come? Sono le dieci, siamo tutti qui. A casa tua.»
«Appunto. È casa mia. E io vado a letto.»
Entro. Mi infilo in camera. Passano i minuti. La gente di là inizia a chiamare.
Mi alzo. Torno in sala. Ed è successo. Senza un ordine preciso, senza lasciarne fuori nessuno.
Tu che parli di Rolex da anni e non ne hai comprato mezzo. Tu che per forza dobbiamo fare la cena tutti insieme, che non ci vediamo da una vita: e infatti, forse c’era un motivo. Tu che diobuono lasciale quella mano, chi cazzo se la deve prendere?
La metà delle persone non le rividi più. E non ci furono, grazie al cielo, altre rimpatriate. Non con loro, almeno.
Ma ancora ci penso. Mi sento in colpa. Il più delle volte però rido rivivendo la scena. Mi sento persino fiero. Che cazzo di eroe che sono stato!
Mi piaci? Te lo dico. Non mi piaci? Te lo dico. Voglio farlo? Sì. Non mi va? No.
Ma a parte quella sera di noia e di erba, è successo rarissime volte in 41 anni.
L’1% è stata l’eccezione. E il 99% la regola: le feste, le cene, i lavori di merda, i sì detti masticando.
E la cosa interessante è che anche pensandoci e anche sapendo benissimo quanto mi sia costato, non me lo ricordo neppure. Di quel 99% intendo.
Mentre quella sera — quella notte in cui ho fatto tutto quello che non si fa, detto tutto quello che non si dice, e probabilmente sono stato un coglione — quella me la ricordo benissimo. La birra, la terrazza, il silenzio di dieci minuti, la faccia della gente.
L’1% mi è rimasto addosso. Il 99% è quello che ho vissuto senza davvero esserci.
Facendo i conti: 41 anni. 40 e passa a dire sì anziché no. Presente, ma assente. Lì quando volevo essere da qualche altra parte. Quella sera, e le altre eccezioni sparse, stanno in chissà quali pochi giorni di calendario.
Rivoluzionari, martiri e quelli che si sono schiantati
Qualche settimana dopo la morte di Tilli, la prima cosa a cui pensai fu a una vecchia conversazione con un amico.
A una cosa che mi aveva detto anni prima. In un periodo in cui la distanza tra quello che volevo e quello che facevo mi pesava più del solito, mi disse:
«Ci sono solo due categorie di persone che se ne possono sbattere davvero di quello che pensa la gente: i rivoluzionari e i martiri. E nessuna delle due, di solito, fa una gran bella fine.»
Quando tutto andò a puttane mi tornò alla mente e pensai che si fosse sbagliato di grosso. Che mancasse una terza categoria: quelli che si sono schiantati. E che non gliene fotte più niente.
Tra lacrime, alcol e visite dei parenti, avevo trovato il modo di fantasticare la nuova versione di me: triste ma stronza, monca ma libera.
No, non vengo. No, non ti faccio passare. No, non ci lavoro con te. Non mi piaci. Anzi, mi fai proprio schifo.
Tre anni dopo: non è andata affatto così. Non va così.
Sono ancora quello di prima. Quello alla cassa con il carrello a metà — latte, pasta, qualche confezione di salumi sottovuoto, due birre, una coca cola, le briochine latte che piacciono a Cami.
Dietro di me una signora. Stringe al petto un flacone di detersivo giallo limone e un pacchetto di gallette.
«Le spiace?»
«Ma certo signora, passi pure.»
Appoggia il detersivo sul nastro. Poi le gallette. Poi il portafoglio. Poi cerca la carta giusta. Poi inizia a parlare di come i bancomat ci abbiano rovinati e non ci rendiamo più conto di quanto spendiamo.
Poi questo le fa pensare che a proposito dovrebbe avere contanti. E inizia a contare monetine. Una alla volta. Ah già che ci siamo, dice alla cassiera , «una cosa sola» che diventa una conversazione a puntate sulla raccolta punti primavera.
Ogni tanto si gira e mi guarda — come ad assicurarsi che sia tutto ok, o forse pensa che sia anch’io interessato. E io sto lì, sorriso ebete in faccia, fingendomi persino interessato, mentre dentro mi chiedo come cazzo faccio a essere ancora qui.
Odio lei, odio le gallette, ma soprattutto odio me stesso.
Cambiato?
«Sei cambiato.»
In questi anni, in tanti ci tengono a farmelo notare.
Con la stessa espressione con cui mi dicono «Mm, sei dimagrito,» mentre mi tastano il braccio per controllare.
«Hai l’aria stanca — per forza, non dormi vero? Hai provato con la melatonina? Funziona. La prendo ogni sera e ora dormo beato.»
«Dovresti tornare a vivere. Ma ogni tanto esci?»
E io ogni volta resto in silenzio. Mentre annuisco con lo stesso sorriso ebete che uso alla cassa quando arriva la signora con detersivo e gallette che mi chiede di passare.
Mi dicono che sia cambiato e invece il mio rimpianto è l’opposto. Che non sia cambiato abbastanza.
Ci ho sperato ma no, non sono diventato un’altra persona. Sono solo diventato più insofferente verso la persona che ero già.
Prima: vabbè, ho detto sì anche stavolta. Dopo: come cazzo è possibile che dica ancora sì?
Fa male.
Come uno che ha la pelle sensibile e vive in una città piena di polvere: non muore, ma gratta.
Cambierò mai?
99percento direbbe…
Ma chi ci crede?
P.S. Per chi fosse arrivato solo adesso su questa newsletter, o non ci tornava da un po’: le vecchie newsletter sono adesso dietro paywall. Non è una strategia economica. Più passa il tempo e più trovo quei pezzi preziosi, fragili, meritevoli di una soglia. Chi ci tenesse a leggerli può comunque scrivermi e ricevere un pass gratuito.




Sarà che siamo nati il 28 luglio che mi riconosco? Ti abbraccio, al 100%
La lasciamo uscire solo l'1% delle volte quella parte lì, ma ci compone per il 99%.
Grazie 🫶🏼